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4 cose che odio di internet


Ogni rivoluzione che si rispetti porta con sé una grande ventata di novità e soprattutto di libertà inimmaginabile fino al momento in cui non entra a far parte della vita quotidiana. Così come una donna ha imparato a mettere i pantaloni, il lavoratore ha fatto proprio il diritto di andare a votare (almeno la maggiorparte), l’essere umano ha realizzato che vivere la propria sessualità in armonia con sé stessi ed il prossimo è un diritto sacrosanto (salvo per chi detta le regole del sacro e del santo), allo stesso modo l’intero pianeta ha realizzato che internet siamo noi, ha realizzato che il web non è una fonte di informazioni generate da chi ha interessi economici ma è una piattaforma di condivisione libera e democratica, in cui chiunque può avere il suo momento di gloria ed esprimere la propria opinione, contribuendo alla crescita di una cultura globale in cui le frontiere sono un limite puramente fisico in molti casi e non più una barriera per il proprio pensiero. Cina a parte.

Eppure manca qualcosa. Manca l’equilibrio. Ci sono cose di internet che attualmente non sopporto più e che mi stanno portando all’esasperazione, esistenziale e professionale.

  1. Social Network: Il primo campanello d’allarme fu lanciato ai tempi di MySpace con la frase quasi anacronistica “se non sei su myspace non esisti”. Da allora è partita una corsa frenetica alla propria affermazione digitale fatta di profili ricchi di informazioni, blog, commenti, condivisione di fotografie in pose inquietanti e aggiunta di amicizie. Finte. A cinque anni dal boom del sito più visitato al mondo sono proliferati social network di ogni tipo e dalle differenze spesso esigue e talvolta eclatanti, salvo mantenere tutti un filo conduttore unico: la falsità. Tutti fighi, tutti professionisti, tutti artisti e poeti, scrittori e fotografi, leader e maschi alfa, regine e conigliette di playboy. Fino ad arrivare al punto in cui ci si trova ad avere una fantomatica lista con persone di cui si avevano persi i contatti e di cui soprattutto non si sentiva alcuna mancanza, persone mai viste che ci aggiungono per far crescere il numero dei contatti, teleamici che ci bombardano di aggiornamenti di stato salvo non rivolgerci la parola o non riconoscerci neanche dovessimo mai incontrarci nello stesso locale e sedere uno accanto all’altro ad un bar. Amanti gelosi che controllano i profili, stalker che pedinano le nostre tracce informatiche, coppiette che si amano nei letti ma si cornificano virtualmente in un mondo di pixel tanto finto quanto patinato. Io mi sono stufato ed ho iniziato a rimuovere tutte le mie informazioni dalla rete.

  2. Soldi online: l’affiliation marketing era una buona idea democratica per condividere i propri introiti con chi attivamente procaccia a nome nostro dei nuovi clienti. Anche in questo caso il topo ha partorito una montagna. Di merda. Perchè se inizialmente c’erano almeno dei prodotti da vendere, tangibili e toccabili con mano, siamo arrivati al punto in cui la maggior parte dei siti di questo tipo propinano soluzioni ed idee “innovative” per vendere online, meccanismi infallibili da avere assolutamente per spingere il proprio prodotto, per vendere senza fatica, prodotti “imposta e dimentica” miracolosi per fare soldi online. Si è persa la cultura della fatica e del lavoro per la giusta remunerazione e sempre più persone cercano in internet la risposta ai propri problemi. E’ lecito aspirare al meglio, è giustissimo tentare nuove strade per fare soldi e vivere una vita decorosa tuttavia l’idea secondo cui uscendo di casa bisogna farsi il culo mentre stando seduti davanti al pc è lecito aspirare a cifre da capogiro non facendo niente o comunque poco inizia ad essere nauseante. Riprendiamoci la cultura del lavoro, del sudore per i soldi che devono tornare ad avere un proprio valore reale e tangibile.

  3. Google: strumento rivoluzionario che ha cambiato il nostro modo di vivere internet, con un algoritmo realmente funzionante e di facile utilizzo, capace di fornirci risposte accurate per ogni problema, dal controllo ortografico alla ricerca di prodotti ed informazioni per vacanze e tempo libero. Google è nato come motore di ricerca e per questo l’ho amato. Tuttavia la fame di potere sta portando questo colosso ad invadere con maggiore costanza le nostre vite. Ad oggi google ha le mani in pasta in: ricerca, pubblicità online, televisione, musica, video, telefonia, giochi, social network, mappe, email, calendari, elaboratori di documenti, sistemi operativi, ISP (stanno cablando in fibra ottica città campione in america), applicazioni online, immobili. Da tutte queste attività reperiscono informazioni sulle nostre vite che ci vengono restituite sotto forma di pubblicità mirata. Se a Google interessa qualcosa lo compra. Se a Google non interessa più, lo vende. Un ulteriore problema, legato soprattutto al punto due, sta nel fatto che una grandissima quantità di aziende ha i propri affari e tutto il proprio business online, con i clienti e potenziali tali che giungono principalmente dai motori di ricerca. Con un 90% abbondante di potere di mercato, un singolo giorno con Google fuori servizio potrebbe causare una crisi economica mondiale di proporzioni simili a quelle recentemente subite. Eppure tutte le società continuano a dare in pasto a questo colosso i propri prodotti, le proprie informazioni, i propri clienti, le proprie statistiche, i propri documenti ed i contatti. Fino a pochi anni fa Microsoft era considerata da molti come il diavolo dell’informatica, il monopolista infame che non lasciava spazio ai concorrenti prendendo posizioni di dominio nel mondo dei software, in particolare dei browser. Google sta facendo anche di peggio ma lo fa con il sorriso ed un approccio user friendly, di quelli per cui sei felice di raccogliere la saponetta sotto la doccia quando Google la fa cadere.

  4. Le APP: Sono programmi. Web o nativi che siano, sono programmi. Eppure oggi siamo stati spinti a chiamare APP qualsiasi boiata. Siamo giunti al punto in cui chiunque abbia un sito o proponga un servizio di qualsiasi tipo si sente in obbligo di proporre la sua APP che altro non fa che confezionare sotto veste grafica differente gli stessi medesimi servizi del proprio sito. App per dire dove sei, app per vedere cosa vende la gente, app per leggere la notizia sui giornali online, pagando 1 euro la comodità di non dover digitare con le proprie dita il nome del sito in un browser. App che non servono assolutamente a niente come quella pubblicata nel negozio di Google e chiamato youtube. Il suo funzionamento miracoloso? Collegarti a youtube! Rivoglio i vecchi programmatori, rivoglio le software house che lavorano seriamente su un concetto, su un principio, su un vuoto della rete da colmare con qualcosa di realmente utile. Rivoglio i programmatori con una formazione capaci di portare nel mio pc un servizio aggiuntivo e non una scorciatoia per far ingrassare le mie dita sotto la comodità del singolo click.

Prendiamo quel che di buono ci ha dato il web 2.0 e facciamo un piccolo passo indietro. Torniamo al punto in cui per guadagnare devo lavorare, in cui le mie amicizie sono quelle che coltivo nella quotidianità e che fanno parte della mia rubrica telefonica. Torniamo al punto in cui quando scarico un programma, innanzitutto lo chiamo in questo modo ed in secondo luogo lo faccio perchè ho una reale necessità che voglio colmare e non perchè fa tendenza ed è gratuito per questa settimana. Torniamo ad essere professionisti seri che sanno diversificare la propria presenza tra online e offline con la consapevolezza che dare in pasto tutto il proprio business ad una sola entità significa andare a dormire con il rischio di svegliarsi il giorno dopo nell’incubo della disoccupazione e del fallimento professionale per decisioni altrui e non nostre. Torniamo al punto in cui tuteliamo le nostre informazioni personali, in cui la gelosia è causata da frequentazioni sospette e non da 100 mi piace sulla foto del partner. Torniamo al punto in cui esistiamo per il semplice motivo di essere nati e non perchè la nostra intera esistenza viene documentata passo dopo passo online ed archiviata in chissà quale server accessibile al resto del mondo. Torniamo a vivere alla luce del sole ed a fare di internet uno strumento di svago e di reperimento democratico di informazioni. Ed anche se si lavora con internet, torniamo a comprendere la differenza tra lavoro e vita privata, tra relazioni serie e virtuali, tra una birra in compagnia ed un “hang out” in videoconferenza. Prendiamo le comodità di internet per rendere migliore la nostra vita. Smettiamo di dare la nostra vita in pasto ad internet.


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